TÜV ITALIA: OVVERO, NON SOLO TUCKER!

Dr. Ing. Giovanni Raimondini

Questo intervento, del quale lo scrivente assume ogni responsabilità, ne segue uno analogo relativo a una relazione emessa da TÜV Italia su richiesta della Tucker SpA. Anche questa volta parte dal presupposto che la relazione oggetto del presente intervento sia stata effettivamente emessa da TÜV Italia e corrisponda all’originale, senza aggiunte, tagli o manipolazioni (esclusa quella effettuata da chi scrive, che ha omesso la marca della caldaia utilizzata per le prove). E anche in questo caso vuole credere che il committente abbia richiesto in buona fede a supporto del proprio prodotto una “validazione” a un istituto e laboratorio di indubbio prestigio. Chi scrive espone le proprie personali convinzioni sull’operato di TÜV Italia; è consapevole di esprimere un giudizio assolutamente personale, basato sulle proprie esperienze in un laboratorio di prove di apparecchi a gas e, successivamente, sulle proprie attività nel settore termotecnico, con qualche incursione nel mondo della normazione; crede in ogni caso che gli operatori pubblici e privati della normazione, della qualità, dei laboratori, degli enti di ricerca e soprattutto dell’ampio e articolato mondo del riscaldamento debbano essere informati e possano trarre le loro conclusioni – anche diverse da quelle qui espresse, ovviamente - e approfondire la questione; se lo riterranno opportuno e ne avranno facoltà, potranno intervenire nelle sedi e con le modalità più opportune.

prove TÜV su dispositivo polarizzatore Starfire®GAS (file pdf 4.621 K)

Sopito il clamore sollevato dal caso Tucker grazie all’intervento della Magistratura e dei media, interessati soprattutto ai risvolti economici della “truffa del tubo” e alle clamorose rivelazioni dei concessionari sottoposti a ben poco ortodosse “riunioni di aggiornamento professionale”, è ora di affrontare la vicenda dal nostro punto di vista, quello di tecnici che si chiedono come sia stato possibile non solo turlupinare qualche migliaio di sempliciotti attratti dal miraggio del denaro facile e rintronati da assordanti convention, ma convincere anche un significativo numero di installatori, progettisti e centri assistenza di caldaie e bruciatori a proporre ai loro clienti un miracoloso congegno in grado di dimezzare i consumi e annullare l’emissione di inquinanti.

Per prima cosa occorre rimarcare la latitanza o quantomeno la lentezza, dei Ministeri e degli organismi ufficiali a cui compete la vigilanza sulla sicurezza, sul risparmio energetico e sulla tutela ambientale. Non si comprende come di fronte a una campagna pubblicitaria così eclatante – tv, riviste, sponsorizzazioni a livello nazionale – nessuno abbia sentito il dovere di approfondire in che modo il “dispositivo tecnologico” Tucker potesse mantenere quel che prometteva, cioè l’impossibile, e una volta svelato l’inganno renderlo noto e bloccare l’intraprendente imbonitore.

Ma è doveroso, anche se spiacevole, guardare per prima cosa all’interno del nostro stesso mondo, quello degli operatori del riscaldamento: se consideriamo che un tecnico degno di questo nome non può non sapere che gli effetti di un campo elettromagnetico su un combustibile e su una caldaia sono praticamente nulli, dobbiamo riconoscere che una significativa minoranza di operatori ha “abboccato” alle chiacchiere di mister Tucker perché la loro cultura di base non era adeguata. Questo scivolone collettivo non va nascosto con vergogna: si prenda atto che a tutti i livelli c’è bisogno di molta formazione e aggiornamento, che non bastano l’iscrizione a un Ordine o a un Albo professionale, un’abilitazione di legge o un seminario di una serata (seguito da rinfresco e gadget offerti dallo sponsor) per garantire la piena e sicura conoscenza della regola dell’arte. Sicuramente lo sanno ANIM/CNA, ANTA, Assotermica, CIR e FNAII/Confartigianato – le associazioni che, vista la mancanza di reazioni da parte degli organi istituzionalmente preposti, si sono assunti l’onere di provare presso l’Istituto Masini di Rho il dispositivo Tucker, provandone l’inefficacia – da anni attive per diffondere una cultura della sicurezza, dell’efficienza energetica e della tutela dell’ambiente; occorre però moltiplicare e affinare le iniziative in grado di rendere gli operatori impermeabili ai numerosi tentativi di convincerli a sponsorizzare l’impiego di prodotti e materiali non idonei, non consentiti, inutili o – come in questo caso – truffaldini.

Tutto ciò premesso, prendiamo spunto dalla recente pubblicazione della sentenza con la quale l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato giudica ingannevole la pubblicità del dispositivo Tucker (pubblicata sul bollettino ufficiale n. 45 dell’Autorità in data 25 novembre 2002, scaricabile dal sito internet dell’Autorità www.agcm.it) per ribadire quanto già affermato in precedenza, cioè che TÜV Italia ha giocato un ruolo non secondario nell’intera faccenda, supportando con le proprie relazioni, e soprattutto con il proprio nome e il proprio autorevole “peso” di organismo e laboratorio accreditato, notificato e quant’altro, le affermazioni del produttore relative a riduzione dei consumi ed emissioni di inquinanti.

Leggendo nel testo della sentenza la sintesi della relazione richiesta dall’Autorità all’Ing. Mario Chiadò Rana del Centro Ricerche ENEA di Saluggia (VC), si ritrovano le stesse considerazioni sulla validità delle prove condotte da TÜV Italia espresse qualche tempo fa da chi scrive e pubblicate sul sito internet del CIR (www.cirnet.it); in particolare l’Autorità accoglie in pieno le conclusioni dell’Ing. Chiadò Rana, vale a dire: “le prove comparative … per le modalità di svolgimento e per carenze di misura e di valutazione, sono … incongruenti e non sufficienti a giustificare le asserite caratteristiche di risparmio energetico e di rispetto per l’ambiente”.

TÜV Italia ha in un primo tempo preso la distanza dalla trasformazione delle “prove comparative” in “certificazioni”, effettuata dalla Tucker Spa, mediante un comunicato apparso sul proprio sito internet, nel quale evidenziava che non era corretto parlare di certificazione, in quanto TÜV Italia non aveva certificato il sistema qualità della ditta, ma di prove effettuate “nelle reali condizioni di utilizzo”; il contenuto e la forma di tali relazioni, come comparse per poco tempo sul sito internet della Tucker Spa, non era smentito o corretto neppure parzialmente.

Dopo il clamoroso epilogo della vicenda, sul sito internet di TÜV Italia è comparso un secondo comunicato, datato 9 ottobre 2002, nel quale TÜV Italia dichiara (riportiamo testualmente):


ed evidenzia che:

TÜV Italia nel dichiararsi disponibile a ripercorrere gli eventi tecnici che hanno caratterizzato questo intervento diffida chiunque a dare informazioni ed interpretazioni non rispondenti alla realtà dei fatti, riservandosi in difetto di procedere nei modi e nei tempi ritenuti più opportuni a tutela della propria serietà, competenza e indipendenza”.

Sebbene questo secondo comunicato, pur vagamente minaccioso, faccia subito venire in mente il noto proverbio “Scusa non richiesta, accusa manifesta”, si potrebbe pensare che TÜV Italia si sia resa conto di aver compiuto una “leggerezza”, da considerare tuttavia come un incidente di percorso, che – come è umanamente comprensibile – il responsabile cerca in qualche modo di minimizzare.

Purtroppo non è così. E a dimostrarlo è una relazione di TÜV Italia, redatta e firmata dall’Ing. Emanuele Ferrari in data 31 Gennaio 2001 (quindi anteriore alle prove comparative sul dispositivo Tucker!), relativa a un “polarizzatore” in grado di “ordinare le molecole del combustibile” con conseguente diminuzione dei consumi: in altre parole uno dei tanti parenti più o meno stretti del famigerato “tubo Tucker”, che continuano ad imperversare nonostante le disavventure capitate al rappresentante più famoso della famiglia, disavventure dovute proprio all’eccesso di esposizione!

La relazione consta di quattro pagine, precedute da una lettera su carta intestata del committente ma controfirmata da TÜV Italia che spiega l’iter operativo.

Le quattro pagine della relazione sono numerate come la buona prassi di laboratorio comanda: strano che qualche mese dopo la numerazione sulle prove comparative Tucker manchi! È una semplice dimenticanza o una conseguenza della “metodologia di prova Tucker”, magari dettata dal desiderio del committente di non rendere disponibili pagine contenenti allegati (scontrini delle analisi di combustione, per intenderci) non congruenti con quanto riportato su altre pagine?

La lettera contenente l’iter operativo spiega chiaramente non solo le modalità di conduzione della prova, ma anche il fine della relazione: quello di “validare” la procedura adottata e i risultati della procedura stessa, che intende dimostrare come l’inserzione del dispositivo polarizzatore e la contemporanea riduzione della portata di gas consentano di ripetere gli stessi risultati precedentemente ottenuti senza dispositivo e con una portata doppia di gas. Niente di nuovo sotto il sole: anche le prove comparative Tucker prevedevano un’analoga procedura, con la sola differenza del tempo di attesa di un mese fra una prova e l’altra. Un’altra somiglianza fra le due prove, che mina alla base la loro significatività: è difficile redigere un bilancio termico quando mancano le informazioni sull’energia in ingresso o in uscita dal sistema; in questa relazione ci sono i consumi di gas - l’energia in entrata – ma per quanto riguarda l’energia in uscita, come fare se manca la temperatura dell’acqua fredda in entrambe le prove?

Andando a leggere la relazione si nota immediatamente anche lo scarso feeling che intercorre fra il SI, sistema internazionale delle unità di misura, e TÜV Italia: come nelle prove comparative Tucker compaiono “Kw” invece di “kW” e “mc” anziché “m3”; i gradi centigradi, invece, sono indicati con “DEG C”. Quella che lascia più perplessi, tuttavia, è la misura dei litri d’acqua erogati dalla caldaia in entrambe le prove: 10,563 circa. Come è stata ottenuta una misura così accurata (d’accordo, sulle norme tecniche che affrontano il problema dell’incertezza di misura non si ammette il “circa”, ma non sottilizziamo: si è arrivati alla terza cifra decimale, al millilitro)? Con una cella di carico, una bilancia di precisione, una buretta graduata? A giudicare dalla foto, con una tecnologia innovativa: un’asta metrica – anzi, centimetrica – immersa nel recipiente di raccolta dell’acqua. Ogni commento è superfluo.

Non vale perdere ulteriore tempo sulla validità delle prove, con e senza polarizzatore: come già detto da molte autorevoli voci commentando il caso Tucker, esistono norme nazionali ed europee, ormai consolidate, che consentono di stabilire rendimento utile e/o rendimento di combustione di un apparecchio alimentato a gas o a combustibile liquido o solido; inoltre una prova effettuata anche seguendo le metodologie prescritte dalle norme tecniche vigenti ma alterando contemporaneamente due parametri – l’inserzione del polarizzatore e la variazione della portata di gas – non porterebbe a risultati attendibili, perché ogni variazione del risultato potrebbe essere attribuita all’una o all’altra modifica, se non all’effetto congiunto di entrambe.

Le stringate conclusioni di TÜV Italia non consentono al “polarizzatore” di raggiungere gli esaltanti risultati del “tubo” Tucker, ma costituiscono comunque una referenza di prim’ordine: un guadagno del 15,69% è tutt’altro che disprezzabile, forse anche più “credibile” e quindi più facilmente accettato da chi ritiene di spendere troppo per il riscaldamento a gas (la caldaia di prova è una caldaia per riscaldamento autonomo).

Ancora una volta chi scrive ritiene che il comportamento di TÜV Italia non sia stato quello che era doveroso attendersi da un prestigioso istituto accreditato e notificato, e il fatto che non si tratti di un caso ma di una prassi costituisce un’aggravante: per (almeno) due volte TÜV Italia ha ritenuto di poter avvallare prove “non condivisibili sia sul piano tecnico-scientifico che metodologico”, usando le parole dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato.

Un altro aspetto sembra poi veramente grave: sulla prima pagina della relazione, oltre al marchio di TÜV Italia, compare il marchio del SINCERT, l’Ente che accredita gli organismi di certificazione dei sistemi qualità, dei sistemi di gestione ambientale e di gestione per la salute e sicurezza dei lavoratori, verificandone e garantendone l'indipendenza, la competenza e la professionalità. Se TÜV Italia ritiene di poter usare “due pesi e due misure” – non solo metaforicamente parlando, visto l’argomento – a seconda che operi come organismo o laboratorio accreditato oppure su richiesta di chi commissiona “prove comparative”, lo faccia pure e se ne assuma ogni responsabilità; ma una commistione fra le due attività, apponendo impropriamente il marchio del SINCERT su una relazione di prova estranea a certificazioni di prodotti o servizi sembra a chi scrive un elemento di inaccettabile ambiguità, sul quale non solo il SINCERT ma tutto il mondo della normazione e della qualità dovrebbe pronunciarsi con rapidità e chiarezza.

Non più tardi di qualche settimana fa SINCERT ha pubblicato sul proprio sito internet www.sincert.it una lettera di pesante diffida a un organismo che si proponeva come ente certificatore senza essere accreditato. Nella lettera in questione ha osservato, e fatto osservare ai lettori, che (testuali parole):

“Laboratori di Prova e Taratura, Organismi di Certificazione ed Ispezione sono chiamati ad assicurare la validità delle attestazioni di conformità da essi rilasciate, tramite dimostrazione oggettiva del possesso dei necessari requisiti istituzionali, organizzativi, tecnici e morali. Tale dimostrazione (qualificazione) costituisce, infatti, presupposto essenziale per la credibilità dei risultati forniti (rapporti di prova, certificazioni di sistema, di prodotto e personale, rapporti di ispezione) e quindi per la creazione della fiducia nella qualità degli “oggetti” a cui tali attestazioni afferiscono.
Essa deriva da obblighi giuridici per gli Operatori del settore cogente e regolamentato (conformità alle Regole Tecniche), mentre costituisce una “scelta” per gli Operatori della sfera volontaria (conformità alle Norme Tecniche consensuali).
Si noti tuttavia che tale scelta è “ispirata” in misura crescente dal libero mercato – che giustamente richiede garanzie sulla qualità dei servizi di valutazione di conformità di cui si avvale – e più o meno direttamente “imposta” dalla Committenza pubblica, ove la qualità di tali servizi sia rilevante per la tutela di interessi pubblici generali (salute, sicurezza, appropriato utilizzo del pubblico denaro, ecc..).
Un criterio oggettivo ed univoco di qualificazione degli Operatori della valutazione di conformità, universalmente riconosciuto e condiviso, è rappresentato dalla rispondenza alle apposite Norme e Guide internazionali, e precisamente:
Nel settore cogente la verifica di rispondenza spetta alle Autorità competenti.
Nella sfera volontaria, tale verifica, generalmente indicata con il termine Accreditamento, viene eseguita da appositi Enti super partes (Enti di Accreditamento), in aderenza alle prescrizioni delle Norme e Guide di cui sopra. L’accreditamento, ai sensi di dette Norme, costituisce, a tutt’oggi, la forma più efficace e trasparente di qualificazione degli Operatori della valutazione di conformità, in termini di garanzia della relativa competenza e correttezza professionale, e quindi del valore e della credibilità delle attestazioni di conformità da questi rilasciate.
Tale ruolo centrale dell’accreditamento è stato confermato, tramite appositi documenti (Documenti Certif.), dalla Commissione Europea. Questa ha infatti riconosciuto i benefici derivanti da un sistema di valutazione di conformità basato sull’accreditamento, ai fini dell’affermazione e sviluppo del grande Mercato Unico Europeo, ed ha promosso l’affermazione di validi sistemi di accreditamento nei paesi dell’Unione.

(omissis)

Certificazioni prive delle garanzie offerte dall’accreditamento MLA e, come tali, potenzialmente suscettibili di essere contraddistinte da scarsa o nulla validità, comportano gravi danni per il sistema istituzionale, sociale ed economico a cui sono destinate e, in particolare:

Vale la pena leggere attentamente quanto sopra riportato, perché riassume chiaramente non solo la filosofia alla base del sistema di accreditamento e certificazione, ma anche i danni che insorgono da una certificazione “al di fuori delle regole”. Bene ha fatto il SINCERT a difendere il sistema da “pirati” esterni; ma che dire di un organismo accreditato proprio da che almeno in due occasioni (questa e il caso Tucker) rilascia ai committenti relazioni di prova sicuramente non in linea con le indicazioni contenute nelle norme e guide internazionali richiamate da SINCERT nel proprio comunicato? Forse non provoca la stessa perdita di credibilità al sistema qualità italiano, anche se in questi casi ha operato in ambito esterno ad esso?

E il più famoso ente di certificazione europeo, quel TÜV Süddeutschland così conosciuto e rinomato da essere citato in uno spot pubblicitario di una Casa automobilistica a garanzia dell’eccellenza della propria produzione, non ha niente da dire? Sicuramente è stato informato del caso Tucker, ora è necessario stimolarlo anche su questo. Lo scrivente ha avuto modo di visitare i suoi laboratori di termotecnica a Monaco, e sarebbe curioso di conoscere l’opinione dei suoi responsabili.

Non lasciamo cadere nel dimenticatoio questi comportamenti, non si accetti la politica del “lavare in casa i panni sporchi”: organizziamo un “girotondo” virtuale attorno a TÜV Italia, a SINCERT, alle istituzioni preposte alla tutela dei consumatori, alle organizzazioni degli operatori del riscaldamento, per stimolare una discussione su questi casi, individuare eventuali responsabili e impedire loro di preparare la strada a ciarlatani, illusi o truffatori. Non si può consentire a chi non gioca secondo le regole di sedere al nostro stesso tavolo, anzi, di presentarsi come giudici competenti e inappellabili.
                                        Giovanni Raimondini

N.B.: l’uso della parola “girotondo” non vuole dare alcun colore politico alla protesta (la serietà e la competenza professionale degli interlocutori a cui mi rivolgo, e che spero continuino la ricerca di altri interlocutori di pari competenza e serietà, sono di casa sia al centro che a destra e a sinistra, come – purtroppo – la disonestà e la negligenza), ma ribadire il carattere non violento della manifestazione. In verità sarebbe stato più logico chiamare questa richiesta di adesioni via posta elettronica “catena di Sant’Antonio”, ma questa definizione è stata abbondantemente usata per descrivere le spericolate operazioni del Sig. Mirko Eusebi & C., e non mi sembrava davvero il caso… Cordiali saluti e buon 2003 a tutti i lettori – Giovanni Raimondini